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Alla scoperta di Agordo, 1ª parte.

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Una leggenda racconta che la valle agordina, migliaia di anni fa, fosse sommersa dall’acqua. Un giorno un bimbo cadde per sbaglio nell’immenso lago, facendo perdere le sue tracce.
Gli abitanti di Agordo lo cercarono per giorni e giorni senza riuscire a trovarlo.
Disperati, i genitori si rivolsero a San Martino. Egli tagliò con la sua spada una porzione delle rocce che circondavano la vallata. L’acqua defluì velocemente verso il mare fino a scomparire.
Il bambino giaceva sul fondo, miracolosamente vivo. I genitori lo riabbracciarono piangendo. In paese si festeggiò per gironi.
Da allora l’acqua rimasta nella conca formò il torrente Cordèvole, che tutt’ora scorre lungo quei pendii.
Dell’antica spaccatura rimane il Sasso di San Martino, un pinnacolo roccioso isolato che dimora a sud.


Questa leggenda simboleggia il comune di Agordo e i suoi luoghi e riassume la magia e il senso di meraviglia che sopravvivono ancora ai nostri giorni.

Perché questa pagina.

Questa pagina nasce per orientare velocemente le persone interessate alle principali attrattive di Agordo e ai luoghi che più lo caratterizzano.
La pagina è un regalo che l’Hotel Erice ha deciso di fare ai suoi ospiti e ai navigatori, in modo che il lettore possa farsi un’idea più approfondita dei luoghi e degli edifici che incontrerà ad Agordo e dintorni.
La storia di Agordo è stata scritta dall’incontro di due realtà: il popolo da una parte e le ricche famiglie dall’altra.
I casati benestanti erano padroni e signori della miniera di Val Imperina, il luogo in cui la maggior parte del popolo di Agordo lavorava.
Considerata la complessa storia del paese, questa mini guida è dedicata ai punti più interessanti, quelli che, da soli, riassumono il passato di Agordo e della sua valle.
Essi sono legati alla celebre miniera di Val Imperina, alle ricche famiglie che la gestivano e, naturalmente, alla religione.
Vediamoli assieme, in dettaglio.

Villa o palazzo Crotta – De’ Manzoni

Nel XIV al posto del palazzo Crotta – De’ Manzoni c’erano i terreni, le case e le stalle dei nuclei famigliari più abbienti della valle: i Pietriboni e i Paragatti. I primi commercianti, i secondi industriali.
Essi cedettero i loro diritti e i loro possedimenti al commerciante lombardo Francesco Crotta, non potendo resistere alle lusinghiere offerte di denaro sonante.
Francesco voleva costruire la sua reggia proprio in quel luogo, e così fece.
Il risultato fu e rimane uno dei più begli esempi di villa veneta in provincia di Belluno, frutto di vari interventi succeduti nei secoli.

Descrizione e storia.

La doppia definizione della villa deriva dalla sua struttura. Se l’edificio viene guardato dalla piazza di Agordo infatti, esso assume le sembianze di un palazzo, osservandolo dal “broi” (il grande giardino rettangolare della piazza) invece, appare sotto forma della tipica villa veneta.
Il corpo più antico è rivolto verso Piazza Libertà. Si tratta di un cortile rustico con una fontana ottagonale e un loggiato in pietra che, anticamente, si presume fosse decorato di affreschi.
Alla parte più antica venne successivamente aggiunto tutto il corpo est, trasformando la villa in un palazzo. Le nuove stanze divennero gli alloggi dei padroni. La parte più antica invece fu adibita ad uffici e camere per i dipendenti.
La facciata nord è divisa in due parti da un solenne portale ad arco a tutto sesto con mattonate in vista e chiave di volta decorata con testa scolpita (erma).
Il muro che circonda il portale presenta verso ovest il primo dei tanti poggioli in pietra che corrono lungo tutto il cortile interno, al primo piano.

Sempre all’interno del cortile la facciata seicentesca che guarda il portale è architettata con poggioli a triplice finestra ad archi a tutto sesto, più ampi rispetto alla facciata laterale.
Le facciate nord ed est sono racchiuse in alto da un elaborato fregio in cui si aprono spiragli di forma ovoidale.
Il tetto, inoltre, è circondato da quattro camini cilindrici rastremati e decorati da piedistalli cubici e con una cupola chiusa da una fine gorgiera.
Nella porzione ovest, delimitato dalla “foresteria” o “barchessa” destinata agli ospiti, sorge il parco giardino, probabilmente un’aggiunta dei primi anni del XVIII secolo. In origine, con molta probabilità, era costellato di statue decorative.

Accogliere ospiti facoltosi per le sfarzose cene, i balli e gli spettacoli, il tutto per divertire e rimarcare il potere economico e sociale sul territorio, divenne un’esigenza sempre più impellente per la famiglia Crotta. Si rendevano perciò necessari locali più ampi e in maggior numero, adatti a soddisfare le necessità dei ricchi signori.
Si costruì perciò un’ala a forma di L rovesciata con un lungo e basso portico ad archi a tutto sesto al pianterreno. Il primo piano accoglieva saloni per le cene, i ritrovi eleganti e i balli. All’interno erano coperti da grandi volte a padiglione e da stucchi.
La facciata esterna formata da balconcini ad arco ornati da colonnine, si apre sul parco. L’ultimo piano invece, che risulta essere finto. Esternamente rimane completamente chiuso ma decorato con cornicette a motivi geometrici. Sopra di esso viene ripreso, seppur con minime differenze, lo stesso fregio che decora le facciate più antiche.
La disposizione di questa ala a L rovesciata determinò la formazione di uno spazio quadrato che fu adibito a giardino, i cui lati liberi venne chiuso da una cinta con quindici pilastri sormontati ognuno da sculture di pietra raffiguranti divinità pagane e personaggi del tempo, in costume (detti “pop” o “Mut de Grota” ).

Gli ultimi anni.

Nella seconda metà dell’800 venne inoltre realizzata, a sud, una nuova struttura chiamata “torresella” che doveva rappresentare un punto elevato per ammirare l’edifico e il panorama di Agordo.
Le arcate delle finestre di questa struttura poggiano su colonnine che comunicano tra loro con un archetto portante ogivale e convesso (arco a fiamma) trilobato. Sopra ogni colonnina c’è una mascherina decorativa e addobbi geometrici e floreali.
Ad Agordo l’edificio è conosciuto anche come la “pica” perché durante l’occupazione austrica vi era stata disposta una forca per le impiccagioni.
Quando la famiglia Crotta cadde in disgrazia, tutti gli averi furono rilevati dall’amministratore dei beni di famiglia, tale Giuseppe Manzoni, il cui erede, Antonio, riuscì perfino ad ottenere il titolo nobiliare trasformando il suo cognome in De’ Manzoni.
Nella villa si possono ancora ammirare dipinti, fregi e cicli scultorei, anche se molte delle opere sono state distrutte o trafugate durante i due conflitti mondiali.
Pochi sanno inoltre che la villa-palazzo presenta una serie di gallerie sotterranee, ora chiuse, che comunicavano con diversi edifici del paese.



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