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Alla scoperta di Agordo, 2ª parte.

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Le miniere di Val Imperina, antiche vestigia sopravvivono.

Agordo emana un’atmosfera impossibile da percepire in altri paesi delle dolomiti.
Il suo carisma è legato indissolubilmente alla storia, unica nel suo genere, delle miniere di Val Imperina.



Poco prima di raggiungere Agordo, infatti, ci si imbatte nelle rovine del sito minerario. Difficilissimo non venire colti da curiosità e meraviglia osservando gli antichi stabilimenti ormai abbandonati che un tempo erano una delle maggiori fonti di ricchezza per il paese.

Tuttavia, vestigia dell’antico sodalizio rimangono tutt’ora.
Prima del centro si può trovare infatti un cartello con la scritta “Istituto Minerario” che si riferisce a una scuola professionale ancora esistente e operante sul territorio.

E non è un caso che, nella piazza centrale di Agordo, la parola “miniere” sia diventata anche il nome di uno dei locali che vi si affacciano, senza contare la lapide di Friedrich Mohs, un mineralogista tedesco inventore nel 1812dell’omonima scala di durezza ancora utilizzata per individuare e catalogare i minerali.

Nella chiesa arcidiaconale inoltre, trovano posto una pala e un altare dedicati a Santa Barbara, protettrice dei minatori.

Infine, ad Agordo esistono Museo Mineralogico e Paleontologico e un Museo dell’arte Mineraria.

Una storia che si perde nel tempo.

I siti minerari principali della conca agordina erano quello del ferro del Frusil a Colle Santa Lucia, quello del mercurio di Vallalta a Gosaldo e quello del rame di Valle Imperina. Quest’ultima, per grandezza e utilizzo, era anche la più importante.
Tutto l’agordino ha una millenaria tradizione mineraria le cui origini sono così antiche che sono impossibili da stabilire con esattezza.
Le ipotesi più accreditate vogliono l’esistenza degli scavi (“buse”) addirittura prima dell’arrivo dei romani.
I primi dati storici ufficiali riguardanti l’attività risalgono al 1409, ma l’impianto doveva essere alimentato già molti secoli prima.
Questo perché proprio nel 1409 appunto, un cornista dell’epoca testimoniò buche già esistenti profonde oltre 60 metri.
Considerando che allora (e per molto tempo dopo) gli scavi venivano eseguiti con la sola forza delle braccia e con attrezzi inadatti a perforare la roccia in profondità e velocemente si calcola che, per scendere di 60 metri siano stati necessari almeno 6-7 secoli di lavoro. Il conto tiene in considerazione fattori da cui non si può prescindere: le alluvioni e i crolli che, oltre a mietere vittime, rendevano le “buse” impraticabili per anni.

Questo dato perciò fa pensare all’esistenza del cantiere del giacimento almeno in epoca romana.

L’ascesa e il declino.

Documenti della seconda metà del secolo XV° rivelano che erano stati rilasciati oltre 70 provvedimenti amministrativi per l’estrazione di Argento, piombo e ferro. Già allora l’economi a agordina, direttamente o indirettamente, ruotava attorno a questa attività. Il comune di Rivamonte per esempio, era quasi esclusivamente abitato da minatori mentre il vicino abitato di Cencenighe viveva grazie all’attività dei carbonai che rifornivano la miniera.

Nel 1500 tutto era in mano alle più importanti famiglie agordine. Ognuna possedeva la propria “busa” (buca, o galleria). In particolare si ricordano i Paragatta, i Barpi e i Burattini, quest’ultimi celebri per essere stati gli storici antagonisti dei Crotta, che proprio in quel periodo stavano iniziando la loro scalata sociale, acquistando sempre più potere e prestigio.

Nel XVI la Repubblica di Venezia desiderosa di monopolizzare completamente i giacimenti di Agordo decise di allontanare i minatori tedeschi dai luoghi di estrazione. Per obbligarli ad abbandonare Agordo fu richiesto l’intervento dell’Inquisizione che, accusandoli di essere peccatori infedeli, li minacciò di morte se non si fossero allontanati immediatamente.
La manovra consentì alla Repubblica di Venezia di prendere il controllo totale, a vantaggio dei Crotta che poterono così mettere le mani sulle “buse” rimaste libere dopo la fuga degli operai tedeschi.

Francesco, uno dei grandi capostipiti della famiglia, dopo un lungo apprendistato per imparare a fare il minatore in Germania decise di investire le sue ricchezze per far fruttare l’esperienza nel settore minerario ad Agordo.
Non fu solo preparato ma anche fortunato. Una concessione mineraria abbandonata che aveva acquisito si rivelò una delle più ricche della Valle. Francesco era un imprenditore visionario e capace. In poco tempo acquistò beni e terreni divenendo uno dei principali proprietari terrieri nell’agordino e nel Bellunese: possedeva infatti gran parte delle “buse” di Agordo.

La fortuna economica e sociale della famiglia ebbe un veloce declino nel 1654 quando il figlio di Francesco, Giuseppe, mosso da avarizia e sete di potere, uccise il fratello per impossessarsi del patrimonio di famiglia.
Nel 1737, alla morte dell’ultimo erede maschio dei Crotta, la miniera di Agordo passò tutta nelle mani della Repubblica di Venezia.

Secondo i documenti, I Crotta sfruttarono i giacimenti in maniera dissennata e senza alcuna premura verso gli operai. Questi troppo spesso soccombevano intrappolati nelle viscere della terra a causa di crolli e allagamenti dovuti dalla totale mancanza di norme di sicurezza.

Verso la fine dell’800 l’attività subì una forte crisi. Le famiglie dei minatori furono costrette dapprima a spostarsi nelle miniere di tutta Italia ed Europa e successivamente a solcare gli oceani per trasferirsi in quelle di tutto il mondo.


Agordo rimase per lungo tempo una grande fonte di esportazione di tecnici altamente qualificati che fecero la storia mineraria di interi continenti.

Con l’annessione al Regno d’Italia l’utilizzo del sito iniziò a diminuire notevolmente e l’estrazione a vacillare. Le cause erano da ricondurre ai costi elevati e a una spietata concorrenza d'importazione che dall’estero faceva arrivare minerali in Italia a prezzi incredibilmente vantaggiosi.

Successivamente la miniera conobbe periodi di stanca, specialmente con l’arrivo di Napoleone nel XIX° secolo. Altri periodi invece furono seganti da una grande produttività, come nel 1813, con la nascita del Regno Lombardo Veneto: grazie alla sua costituzione, si verificò un exploit delle innovazioni tecniche e delle organizzazioni sociali quali cassa malattie e pensione.

A cavallo del XVIII° secolo i giacimenti vennero rilevati da diverse ditte private fino a smettere completamente la produzione nel 1962, non per esaurimento (anche se oramai si estraeva solamente pirite) ma per il calo della domanda unito agli elevati costi di coltivazione.



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